Stavo asciugando i cucchiaini del caffè, che erano appena usciti dalla lavastoviglie. In quel momento nel bar non c’era nessuno. I miei movimenti erano lenti, meccanici. Fissavo la lucida cromatura come fosse un oracolo, quasi a chiedergli perché.
Perché? In effetti il mio cervello si era accomodato su una poltrona di pigrizia, organizzando pensieri vaghi e senza contorni, non un vero ragionamento. Cercavo dei perché, ma non a precise domande.
Il panno morbido scivolava sui cucchiaini, riflettendo la mia immagine distorta, una porzione del mio volto convesso.
Con la coda dell’occhio vidi un’ombra sulla porta d’ingresso e pensai che fosse Irina che era venuta a prendere servizio. L’ombra era ferma ed immobile. Che ci faceva Irina lì impalata? Perché non veniva dietro al banco, dandomi modo di riposarmi un po’?
Lucidavo le stoviglie accorgendomi che stavo esercitando una pressione esagerata con le dita, come se una forza supplementare fosse penetrata dentro di me? Sentivo il mio corpo irrorarsi di nuova energia, ma era una sensazione conosciuta, come qualcosa che hai provato in una vita precedente.
L’ombra!
Alzai lentamente gli occhi verso la porta d’ingresso ed una luce accecante mi impedì di distinguere quella figura esile e malferma che si stagliava contro il cielo azzurro, di una delle prime giornate della nuova primavera.
La figura prese a camminare lentamente verso di me, regalandomi una immagine che perdeva i toni del controluce, andando inesorabilmente a fuoco. Era mezzogiorno e le campane che dondolavano come bronzei equilibristi in cima all’alto campanile della chiesa, presero a suonare, diffondendo nell’aria limpida quei rintocchi magici che sapevano di antico.
“Maestro”. Riuscii a dire con un filo di voce.
Lui mi sorrise e si appoggiò al banco, come un naufrago esausto.
“Il mio prosecco?” disse sorridendo.
“Dove siete stato tutto questo tempo?”, domandai.
“Ho fatto un lungo viaggio, guagliò. Molto lungo”.
“Potevate avvertirmi, diavolo di un Maestro. Mi avete fatto stare in pena”.
Si scolò il prosecco in men che non si dica, e mi affrettai a riempirgli nuovamente il bicchiere.
“Dove siete stato?”.
“Ho fatto delle lunghe passeggiate per le vie dell’anima, figliolo. Sono andato alla scoperta di territori inesplorati. Ho rivisto tanta gente che avevo conosciuto nel corso della mia vita e alla quale, in qualche modo, ho voluto bene. Ho parlato con tante persone, sono andato a capirle, a riconoscerle”.
“Adesso sono io che non capisco voi, Maestro”.
Sorrise e mi invitò a sedere a quel tavolino che per troppo tempo era rimasto vuoto.
“Durante la mia malattia ho avuto modo di vedere cose nuove, dimensioni che non sapevo esistessero. La mia mente era uscita dal corpo e non voleva più farvi ritorno. Poi le cure, i medicinali, le terapie, hanno costretto l’anima a rinfilarsi nel mio corpo, come in un vecchio cappotto sgualcito ed abbandonato.
Ho compreso che la nostra vita è organizzata in una successione di tappe, di capitoli. Ciascuno di essi comincia e finisce, lasciandoti dentro una serie di situazioni. Nel nostro cuore si crea un deposito, dove immagazziniamo alla rifusa queste sensazioni, unico patrimonio che ci rimane dalla parentesi di vita. Mi segui?”.
“Andate avanti….”.
“L’individuo cresce e le tappe si susseguono, suo malgrado. Egli continua ad immagazzinare, ma lo spazio si riduce sempre più. Fino a quando ti accorgi che il deposito è stracolmo e che occorre andare a riordinare le cose, per creare nuovi spazi per le emozioni future.
Arriva un giorno della tua vita che vai ad aprire quella porta ed entri in un luogo che è dentro di te, ma che non avevi mai violato.
Questo è il il viaggio per i corridoi dell’ anima”.
“Bella questa cosa”, dissi. “ mi piacerebbe farlo”.
“Forse un giorno lo farai, ma non so se sarà bello”.
“Perché?”.
“Caro ragazzo. Quando metti piede in quella grande soffitta buia e polverosa, sarai subito rapito dai ricordi. Vedrai i giochi che usavi quando eri bambino, vedrai i libri dell’università, la tua prima automobile, l’orsacchiotto di pezza che dormiva con te. Nel primo spazio ci sono le cose e gli oggetti che hanno scritto la tua vita. Andando avanti troverai le persone, tutte lì ad aspettarti.
Qui devi essere pronto a tutto, il tuo polso tremerà e non riuscirai ad andare fino in fondo”.
“Non capisco…”
“Nella soffitta della tua anima ci sono tutte le persone che ti hanno voluto bene, quelle che ti hanno odiato, quelle chi ti hanno aiutato, quelle che ti hanno tradito.
Via via che procedi riconoscerai per primi tutti coloro che ti hanno amato. Li vedrai uno ad uno che ti sorridono, che ti salutano con un cenno timido della mano. Stanno tutti al loro posto, felici di vederti. Riconosci tua mamma con gli occhi lucidi, il tuo papà che si schermisce perché un papà non può piangere, il tuo migliore amico. Cammini e sei contento di rivederli tutti quanti insieme.
Ti accorgi che sei arrivato alla fine, ma non hai visto qualcuno, qualcuno che non è lì. Allora torni indietro ed il respiro si fa pesante. Niente. Ti metti a correre avanti e indietro. Non c’è. Capisci solo ora il perché delle lacrime di tua mamma, quella che ti ha amato davvero.
Ti fermi, saluti tutti e con la testa china ti avvii verso l’uscita.
Quel qualcuno che cercavi, che credevi, che speravi, quel qualcuno che non vuoi vedere tra le persone che ti hanno tradito.
Quel qualcuno non c’è più.
Esci dal deposito e rientri nel corpo, con altre certezze ed altre paure, ma senza più nemmeno un dubbio.”
Immaginavo quel deposito di gente assiepata e sensazioni vaganti. Anche io avevo il mio luogo di raccolta ed un giorno vi sarei entrato. Domandai:
“E c’ero anche io tra le persone che vi amano, Maestro?”
“Tu vai a prendermi un prosecchino. Io intanto cerco di ricordare”.
Sorrise.













