domenica, 16 marzo 2008 ore 14:55

          Stavo asciugando i cucchiaini del caffè, che erano appena usciti dalla lavastoviglie. In quel momento nel bar non c’era nessuno. I miei movimenti erano lenti, meccanici. Fissavo la lucida cromatura come fosse un oracolo, quasi a chiedergli perché.

          Perché? In effetti il mio cervello si era accomodato su una poltrona di pigrizia, organizzando pensieri vaghi e senza contorni,  non un vero ragionamento. Cercavo dei perché, ma non a precise domande.

Il panno morbido scivolava sui cucchiaini, riflettendo la mia immagine distorta, una porzione del mio volto convesso.

          Con la coda dell’occhio vidi un’ombra sulla porta d’ingresso e pensai che fosse Irina che era venuta a prendere servizio. L’ombra era ferma ed immobile. Che ci faceva Irina lì impalata? Perché non veniva dietro al banco, dandomi modo di riposarmi un po’?

          Lucidavo le stoviglie accorgendomi che stavo esercitando una pressione esagerata con le dita, come se una forza supplementare fosse penetrata dentro di me? Sentivo il mio corpo irrorarsi di nuova energia, ma era una sensazione conosciuta, come qualcosa che hai provato in una vita precedente.

L’ombra!

          Alzai lentamente gli occhi verso la porta d’ingresso ed una luce accecante mi impedì di distinguere quella figura esile e malferma che si stagliava contro il cielo azzurro, di una delle prime giornate della nuova primavera.

La figura prese a camminare lentamente verso di me, regalandomi una immagine che perdeva i toni del controluce, andando inesorabilmente a fuoco. Era mezzogiorno e le campane che dondolavano come bronzei equilibristi in cima all’alto campanile della chiesa, presero a suonare, diffondendo nell’aria limpida quei rintocchi magici che sapevano di antico.

          “Maestro”. Riuscii a dire con un filo di voce.

Lui mi sorrise e si appoggiò al banco, come un naufrago esausto.

          “Il mio prosecco?” disse sorridendo.

          “Dove siete stato tutto questo tempo?”, domandai.

          “Ho fatto un lungo viaggio, guagliò. Molto lungo”.

          “Potevate avvertirmi, diavolo di un Maestro. Mi avete fatto stare in pena”.

Si scolò il prosecco in men che non si dica, e mi affrettai a riempirgli nuovamente il bicchiere.

          “Dove siete stato?”.

          “Ho fatto delle lunghe passeggiate per le vie dell’anima, figliolo. Sono andato alla scoperta di territori inesplorati. Ho rivisto tanta gente che avevo conosciuto nel corso della mia vita e alla quale, in qualche modo, ho voluto bene. Ho parlato con tante persone, sono andato a capirle, a riconoscerle”.

          “Adesso sono io che non capisco voi, Maestro”.

Sorrise e mi invitò a sedere a quel tavolino che per troppo tempo era rimasto vuoto.

          “Durante la mia malattia ho avuto modo di vedere cose nuove, dimensioni che non sapevo esistessero. La mia mente era uscita dal corpo e non voleva più farvi ritorno. Poi le cure, i medicinali, le terapie, hanno costretto l’anima a rinfilarsi nel mio corpo, come in un vecchio cappotto sgualcito ed abbandonato.

Ho compreso che la nostra vita è organizzata in una successione di tappe, di capitoli. Ciascuno di essi comincia e finisce, lasciandoti dentro una serie di situazioni. Nel nostro cuore si crea un deposito, dove immagazziniamo alla rifusa queste sensazioni, unico patrimonio che ci rimane dalla parentesi di vita. Mi segui?”.

          “Andate avanti….”.

          “L’individuo cresce e le tappe si susseguono, suo malgrado. Egli continua ad immagazzinare, ma lo spazio si riduce sempre più. Fino a quando ti accorgi che il deposito è stracolmo e che occorre andare a riordinare le cose, per creare nuovi spazi per le emozioni future.

Arriva un giorno della tua vita che vai ad aprire quella porta ed entri in un luogo che è dentro di te, ma che non avevi mai violato.

Questo è il  il viaggio per i corridoi dell’ anima”.

          “Bella questa cosa”, dissi. “ mi piacerebbe farlo”.

          “Forse un giorno lo farai, ma non so se sarà bello”.

          “Perché?”.

          “Caro ragazzo. Quando metti piede in quella grande soffitta buia e polverosa, sarai subito rapito dai ricordi. Vedrai i giochi che usavi quando eri bambino, vedrai i libri dell’università, la tua prima automobile, l’orsacchiotto di pezza che dormiva con te. Nel primo spazio ci sono le cose e gli oggetti che hanno scritto la tua vita. Andando avanti troverai le persone, tutte lì ad aspettarti.

Qui devi essere pronto a tutto, il tuo polso tremerà e non riuscirai ad andare fino in fondo”.

          “Non capisco…”

          “Nella soffitta della tua anima ci sono tutte le persone che ti hanno voluto bene, quelle che ti hanno odiato, quelle chi ti hanno aiutato, quelle che ti hanno tradito.

Via via che procedi riconoscerai per primi tutti coloro che ti hanno amato. Li vedrai uno ad uno che ti sorridono, che ti salutano con un cenno timido della mano. Stanno tutti al loro posto, felici di vederti. Riconosci tua mamma con gli occhi lucidi, il tuo papà che si schermisce perché un papà non può piangere, il tuo migliore amico. Cammini e sei contento di rivederli tutti quanti insieme.

          Ti accorgi che sei arrivato alla fine, ma non hai visto qualcuno, qualcuno che non è lì. Allora torni indietro ed il respiro si fa pesante. Niente. Ti metti a correre avanti e indietro. Non c’è. Capisci solo ora il perché delle lacrime di tua mamma, quella che ti ha amato davvero.

Ti fermi, saluti tutti e con la testa china ti avvii verso l’uscita.

Quel qualcuno che cercavi, che credevi, che speravi, quel qualcuno che non vuoi vedere tra le persone che ti hanno tradito.

          Quel qualcuno non c’è più.

Esci dal deposito e rientri nel corpo, con altre certezze ed altre paure, ma senza più nemmeno un dubbio.”

          Immaginavo quel deposito di gente assiepata e sensazioni vaganti. Anche io avevo il mio luogo di raccolta ed un giorno vi sarei entrato. Domandai:

          “E c’ero anche io tra le persone che vi amano, Maestro?”

          “Tu vai a prendermi un prosecchino. Io intanto cerco di ricordare”.

          Sorrise.

 


sabato, 22 dicembre 2007 ore 23:12

          La voce fredda e metallica della centralinista dell’ospedale mi annunciò che il Maestro si era svegliato dal coma, ma che sarei dovuto correre al suo capezzale perché stavano accadendo cose strane. Alla mia richiesta di maggiori spiegazioni, il megafono vivente rispose con voce atona che non ne sapeva niente. E riagganciò. Tatto e gentilezza difettavano all’umanoide, come il sale nelle limpide acque di un ruscello di montagna.

          Cinque minuti dopo ero già a salire, quattro a quattro, i gradini metallici della scala mobile che troneggiava nel mezzo dell’enorme atrio del nosocomio.

          La porta d’ingresso della stanzina dalla quale si vedevano i pazienti attraverso il vetro, era insolitamente spalancata. Immaginando di entrare in quella che assomigliava all’anticamera del nulla, trovandovi tristezza ed asettica solitudine, rimasi esterrefatto nello scorgervi una folla degna di un teatro.

           Pigiami a strisce, vestaglie di tutti i colori e forgia, camici bianchi, tuniche verdi e blu si assiepavano intorno al vetro, spintonandosi e stiracchiando i colli per vedere.

Rendendomi conto che mai sarei riuscito a perforare quella muraglia umana, presi una sedia e ci salii su, sollevandomi ancora sulle punte dei piedi.

          Il Maestro era nel suo solito lettino, circondato da numerosi macchinari e da tre medici con le braccia conserte.

          Rideva. Ohibò,Il Maestro rideva!

          I medici si lanciavano occhiate incredule. I malati, davanti a me, guardavano l’ometto che si dimenava decisamente divertito nel suo candido giaciglio. Anche i macchinari sembravano in palese difficoltà, non sapendo più cosa tracciare e che genere di segnali acustici emettere.

Ma cosa diavolo stava combinando!?

          I sanitari erano in preda ad una malcelata eccitazione ritenendo che stessero per dare un grande contributo alla scienza e alla notorietà: si trovavano di fronte al primo caso mondiale di risveglio dal coma con manifestazioni di delirio ridens.

          Il Maestro gettò lo sguardo sui volti dei curiosi spalmati contro la finestrella ed i nostri sguardi si incrociarono. Sorrisi solo per mostrargli la mia complicità, ma giuro che ci sarebbe stato da piangere.

          Il Maestro smise di ridere, senza togliermi di dosso quei piccoli occhietti azzurro-infinito. Le sue pupille si bloccarono in un fermo immagine tenebroso. Tutto il corpo rimase immobile, il tempo si arrestò.

          Il respiro dei  presenti cessò e nell’ambiente calò un silenzio talmente assoluto, che si distinguevano solo i palpiti di tutti i cuori, come il tam tam delle Curupiras dell’Amazzonia  che prendono a battere quando avvertono un pericolo per la foresta.

          Poi lentamente il braccio esile dell’uomo cominciò ad alzarsi e, come comandati dalla bacchetta del  direttore d’orchestra, i nostri  fiati ripresero ad intonare la sinfonia del sollievo.

          Puntò l’indice ricurvo e magro verso di me, facendomi segno di entrare e ricominciò a sconquassarsi dalle risate.

          Dopo una piccola resistenza, i medici ci lasciarono soli, andando a guadagnarsi un posto nel loggione, dietro al vetro.

          “Maestro, come state?”, domandai finalmente.

          “Bene, guagliò. Sto benissimo.” E continuò a ridere tanto da farsi lacrimare gli occhi.

          “Ridi, guagliò. Ridi anche tu. Devi imparare a ridere perché solo così potrai vedere le cose. Guarda che facce dietro quel vetro. Guarda che espressioni tristi e preoccupate. Tutta quella gente pensa di stare dietro a un vetro.”

          “In effetti…”

          “No, non stanno dietro a un vetro solamente. Ognuno di loro ha davanti agli occhi cento, mille vetri. Sono tutti i filtri del convenzionale ed ognuno di loro toglie un po’ di brillantezza ai colori della realtà. Quei poveracci, a cui hanno fatto credere di essere normali, non distinguono più i contorni. A loro giungono immagini compromesse dai compromessi, sfocate dai filtri che il sistema si diverte a mettere e togliere a proprio piacimento e a seconda dei momenti e delle circostanze.

          Tu devi ridere perché con le lacrime dell’ilarità laverai quei vetri e potrai vedere le cose come realmente sono. Diranno a tutti che sei pazzo, che ridi. Ti rinchiuderanno in un manicomio, che altro non è che uno scaffale del supermercato, perché non riusciranno a fermarti. Ma se ridi il tuo pensiero resta libero perché il pensiero di un uomo non si può rinchiudere: esso passa attraverso ogni tipo di grata e vola scarcerato verso il cielo.”

          “Ecco il pazzo, Maestro.”

          “Sì, guagliò, ecco il pazzo. Guardali. Mi vedono ridere e stanno pensando che sono folle. Ma come fai a non ridere guardando il mondo con distacco? Io vedo l’egoismo, la voglia di sopraffazione. Io vedo la superficialità, la cattiveria. Vedo le guerre come sono e non come vorrebbero farci credere che siano. Pulendomi gli occhi vedo la verità che risale il fiume, lottando come una trota nelle acque dell’apparenza e dell’indifferenza. Io vedo il lumino della ragione che cerca di irrorare chiarore intorno a se.

          Vedo la gente normale che viene allontanata da quel crepuscolo, spinta a brancolare nel buio e a sbattere testate conto ostacoli non visibili, in nome dell’apparenza, delle buone maniere, del perbenismo, del puritanesimo, del moralismo, di un intransigente conformismo.

          Tutte minchiate, guagliò. Tutto carburante che immettono nei nostri motori per farci correre veloci verso non sappiamo cosa. Respiriamo i gas e moriamo felici di aver fatto il nostro dovere.

          L’uomo normale, colui che sta dietro a quel vetro, è un kamikaze del sistema. Si fa esplodere dopo essersi caricato di problemi e preoccupazioni, di stress da arrivismo a stazioni inesistenti e, rien ne va plus, il gioco continua: fate le vostre puntate.

          Io sono pazzo e rido. Ridi anche tu”.

          Mi sedetti sul lettino, accanto a lui. Lo guardai serio come per leggere ancora cose nei suoi occhi. Avevo sete di sapere dalle sue labbra. Avrei avuto voglia di fare un viaggio nel suo cervello.

          Poi cominciai a ridere insieme a lui. Le lacrime mi colavano lungo il viso. Guardai le facce stranite dietro al vetro. Una donnetta bassa e grassa cominciò a ridere a sua volta e tutti la guardarono.

          “La vedi quella donna?” mi domandò il Maestro. “Quella donna è un’eletta. Guarda come ride.”

 

 


domenica, 16 dicembre 2007 ore 10:21

“Presto, chiamate un’ambulanza. Chiamate un’ambulanza” gridò una donna comparsa sulla soglia del bar, mentre tutti si girarono a guardarla, preoccupati.

“Che succede?” domandò un cliente, mentre sbiascicava un croissant alla marmellata di albicocche.

“Un vecchietto si è sentito male, si è accasciato sul marciapiede. Non si muove, forse è morto”  urlò la donna in preda al panico.

Nei film, a questo punto, sbuca sempre qualcuno che grida di essere un medico e si fionda sulla scena. Ma nel mio bar, che evidentemente non è un teatro di posa, o lo è in maniera del tutto atipica, non c’era neanche uno straccio di un medico o qualcuno che potesse assomigliargli.

Uno strano presentimento cominciò a montarmi nella mente. La mia testa divenne come uno di quei robot da cucina dove si monta la panna. Le fruste neurotiche presero a girare vorticosamente e l’intuizione iniziale divenne dapprima sensazione, quindi si trasformò in disagio, per poi crescere definitivamente a triste presagio . Uscii dal banco con un balzo e mi diressi verso il capannello di curiosi, assiepatisi intorno al poveretto che si era sentito male.

“Avete chiamato i soccorsi?”, urlavo mentre mi facevo spazio tra la gente che faticava ad aprirsi. Quelli che stavano davanti erano giunti per primi, come al teatro, e non intendevano lasciar passare me che ero arrivato tardi.

 Un ammasso di ciccia, racchiusa in un cappotto marrone con un collo di pelliccia spelacchiato come un cane vecchio, piantò i piedi opponendomi una strenua resistenza. In quel cappotto era stipata una donna sulla cinquantina che era alla ricerca di novità da portare nel negozio della parrucchiera, con la stessa emozione con cui si porta un vassoio di paste e così, tagliando, cucendo, fingendo umanità e commiserazione, avrebbero passato una buona mattinata.

Le detti una spinta sbalzandola dall’altra parte della folla. Era in arrivo l’ambulanza e, se la cicciona curiosa si era fatta male, avrebbero semplicemente aggiunto un posto in lettiga.

            Quando si aprì il vuoto davanti ai miei occhi, lo vidi.

Il Maestro era disteso su un fianco, immobile. Mi inginocchiai e gli toccai la fronte gelida. Poi, come fanno sempre nei film, gli presi un polso per sentirne il battito e mi ritrovai in mano un po’ di pelle flaccida che circondava un osso minuto e duro. Dubitai che da quelle parti potessero transitare vene capaci di pulsare.

Aveva la stessa espressione assorta che indossava spesso nel mio bar, in quello che era il suo angolo, il suo osservatorio. Vederlo disteso per terra, senza vita e senza forme, mi dava l’impressione di un albero tagliato ed adagiato nel bosco in attesa di essere segato in pezzi piccoli.

Come l’albero, il Maestro aveva fornito tanta linfa alle sue foglie, aveva nutrito i suoi frutti per anni ed anni, aveva sostenuto la sua fiera chioma, aveva regalato ristoro ai viandanti con la sua ombra, aveva filtrato i raggi del sole per scaldare la natura che lo amava, aveva dispensato humus vitale a tutte le sue creature.

E adesso stava lì. Immobile. Scevro da ogni impegno. Disincantato e disinteressato.

 

All’ospedale mi dissero che non sarei potuto entrare nella sua stanza. Era ricoverato in terapia intensiva ed avrei potuto vederlo tra un paio d’ore, ma solo attraverso un vetro. Era in coma e i medici non si sbilanciavano: vista l’età, era più facile che se ne andasse.

 

Ero seduto su una sedia di plastica, in una stanzetta d’attesa di tre metri per tre. Mentre aspettavo ebbi modo di studiarmi bene l’ambiente. Maturò in me la convinzione che dovevano esistere degli architetti specializzati in arredamento di interni tristi. Non mi spiegavo altrimenti il perché alcuni luoghi, già deputati ad accogliere porzioni di sofferenza in bagno di lacrime, debbano anche essere necessariamente spartani, smorti, scialbi, esangui ed esanimi.

Alcuni ambiti devono essere progettati con l’idea dell’abitudine al trapasso. Sei lì, e sei già uscito da un mondo, dal tuo universo. Sei in attesa di entrare in altri luoghi sconosciuti e terrei, nei quali adattare la tua prossima esistenza. Forse stava per incominciare quel futuro che non avevi né chiesto e né immaginato, ma che il destino, che ha sempre voglia di scherzare, tiene in caldo per te.

 

Una infermiera girò una manopola, allargando le stecche di una veneziana verde fiacco. Mi fece cenno con gli occhi che avrei potuto guardare ed uscì.

 

Il Maestro era disteso in un lettino e questa immagine, sicuramente più consona alla sua dignità di uomo, cancellò immediatamente quella in cui era abbandonato sul marciapiede come un sacchetto di plastica ormai inservibile.

Tubi e cavi che entravano ed uscivano dal suo corpo, macchinari tutt’intorno che lo accudivano e che ce la stavano mettendo tutta per salvarlo. Mi tornarono alla mente le sue filippiche contro la tecnologia. Se da una parte aiuta, dall’altra uccide l’uomo ed i suoi rapporti, diceva. La mia speranza era che questi attrezzi, che si parlavano fra loro con bip e grafici, non avessero mai sentito le parole del Maestro, quando ne descriveva gli effetti letali.

Dopo un lasso di tempo, rientrò l’infermiera. Capii che dovevo andare via. Il Maestro stava lottando con l’Ultima Signora e lo faceva con una dignità che non saprei descrivere.

La sua espressione era fiera, serena, quasi di sfida consapevole. Ero certo che, dentro a quel corpo immobile, qualcosa stava pur accadendo. Non era possibile che il Maestro si arrendesse così facilmente.

Chissà cosa le stava raccontando, alla Signora. Chissà che non la stesse affascinando con i suoi modi e le sue parole, come faceva con le clienti del mio bar e come aveva fatto nel corso della sua vita.

E Lei, l’Ultima Signora, chissà se ci sarebbe cascata. Chissà se si sarebbe comportata come fa di solito quando, con fare sbrigativo ed irriverente, infila i suoi prescelti sul Vagone che porta chissà dove.

“Signora” dissi, mentre l’infermiera richiudeva la persiana “Stallo a sentire. Vedrai che anche Tu ti convincerai che il mio Maestro ha ancora molte cose da dire,”

“Non capisco.” disse l’infermiera, confusa.

“Lo so” risposi.

E me ne uscii piangendo. 

 


domenica, 09 dicembre 2007 ore 09:30


Seduto sopra al suo cartone

quell’uomo guarda gli occhi della gente,

che freddo fa in questa stazione

il mondo sembra quasi indifferente.

È come se non esistesse più e...

 la sua clessidra  è a testa in giù,

ma un cuore batte ancora forte,

molto forte.


Con il suo fiasco pieno nelle mani

si meraviglia e...

se lo guardo un po’,

ma che gli importa del domani

se gli interessa proprio non lo so.

Che stupidi che siamo in verità

a non vedere mai questa realtà,

ma...

anche lui è un tasto del mio pianoforte.


E la tivù non parla mai di questa gente qua

non interessa alla pubblicità

è meglio una festa, per riempirti la testa.

La vita è fatta solamente, sai

per i balletti, e non scordarlo mai.

Un vecchio barbone, è solo un cartone.


Sui suoi pensieri scende già il sipario

ed è un peccato non guardarne un po’,

la testa bianca metterà al riparo

chiudendo a chiave i cassetti del comò.

Mai a nessuno certo importerà

della sua vita e quello che sarà,

e...

di quando lui fa i conti con la sorte.


Il gelo avvolge quel vecchietto

e l’uomo beve per scaldarsi un po’,

abbraccia il fiasco e se lo porta al petto

poi che succede mai lo scorderò.

Da un bacio al fiasco e certo penserà

è il solo amico che gli resterà,

sì...

è rosso e caldo e lui gli fa la corte.


E la tivù non parla mai di questa gente qua

non interessa alla pubblicità

è meglio una festa, per riempirti la testa.

La vita è fatta solamente, sai

per i balletti, e non scordarlo mai.

Un vecchio barbone, è solo un cartone.






sabato, 24 novembre 2007 ore 16:52

Quella sera chiusi il bar una mezz’oretta prima. Anche le pulizie serali furono eseguite in maniera svelta e sommaria. Uscendo dal locale ormai buio mi parve di sentire il brusio degli acari che, scampati allo sterminio di spray e panno antistatico, cominciavano ad organizzarsi per la notte che si avvicinava. Avrebbero fatto festa tutti insieme, i sopravvissuti. Bene, pensai, sono essere viventi anche loro ed è giusto concedere a tutti una serata di baldoria, prima di morire.

Mi infilai sotto la saracinesca già abbassata per metà del mio amico rosticciere e, per la sua felicità, feci incetta di tutto quello che era rimasto negli unti vassoi semivuoti. Una breve corsa in macchina e fui davanti al portone del Maestro.

“Hai invitato la Marina Militare Italiana?” mi domandò sorridente, vedendomi scaricare il fiume argenteo di vassoi in carta stagnola che uscivano dal sacchetto di plastica che sembrava non aver fondo, come il cilindro di un mago che sputa fuori conigli a ripetizione.

“Ho comprato un po’ di cose calcolando che, parlando fra amici, di solito aumenta l’appetito” risposi.

“Mangia pure. Io mi preparo una tazza di latte.” Disse il Maestro mentre si avviava verso il piccolo frigo, che di certo si domandava a cosa servisse in quella casa. “I vecchi consumano poco” continuò, dandomi le spalle. “I vecchi fanno tutto poco, mentre trascorrono le frattaglie di tempo residuo.”

“Su, su. Piuttosto, riprendiamo il discorso sui pazzi?” domandai, desideroso che la nostra chiacchierata non si smarrisse per inutili rivoli divaganti.

“Già. Il pazzo.” Sospirò il mio Virgilio, venendomi a prendere per mano sull’uscio di una nuova emozione. Continuò:

“Il Sistema ha il grande compito di insegnarci la vita, e ci prende in custodia un attimo dopo il nostro concepimento. Ci etichetta come una qualsiasi scatola di pomodoro fin da quando siamo il primo, viscido grumo successivo al gemito di piacere di nostro padre. I due amanti stanno ancora baciandosi, esausti ed ignari di una vita inventata, che già il Sistema ci manda una e-mail di registrazione avvenuta. Organizza per noi una staffetta di tutori che si occuperanno del nostro cammino. Ce li manda sotto mentite spoglie di genitori, insegnanti, istitutori ed amici. Una serie logica di maschere tristi che celano un unico volto: i lineamenti del Sistema.

Crescerai e diventerai adulto, alimenterai nuovi agglomerati di gente, inventerai nuove vite. Per tutta la tua esistenza e fino al giorno in cui andrai a rendere il vuoto del tuo corpo, dovrai unicamente preoccuparti di seguire la strada che il Sistema ha scelto per te, regalandoti l’illusione che sia la tua strada. A volte ti accade di sentire che la campana emette un suono falsato, non chiaro. Ti fermi per ascoltare ancora un rintocco e sei sempre più convinto che la nota non suona pulita e soave. Ma la gente da dietro ti pigia, occorre andare avanti. Ti rimane solo una sensazione, adesso che hai ripreso a correre ed il suono di quella campana va allontanandosi fino a diluirsi nel caos di gente vociante. Nel corso degli anni ti verrà erogata una sola grandezza, quella di distinguere il bene dal male. Tu stesso diverrai nel tempo istruttore di tale, unica materia.

Il bene ed il male che, bada bene guagliò, non hanno niente a che vedere con il Bene ed il Male intesi nel loro valore assoluto.”

“Giuro che non ho ancora afferrato il senso” dichiarai onestamente, mentre allontanavo da me i vassoi con il cibo che, galleggiando sull’unto, mi venne d’istinto di classificare nel male, come una campana stonata.

“Il Sistema devo guidarci, addomesticarci, renderci potabili. Noi siamo per Lui niente di più che un ovino di un gregge sterminato da condurre ai pascoli. Dobbiamo ingrassare. Il Sistema se ne infischia di farci conoscere il reale significato di Bene e di Male, laddove volessimo ammettere che esistano delle definizioni oggettive per simili grandi astrazioni.

La sua unica preoccupazione è quella di dirci cosa si fa e cosa non si fa, cosa è buono e cosa è cattivo, cosa è bello e cosa è brutto. Il Sistema porta sul palco della nostra vita una rappresentazione di schemi mentali in bianco e nero, senza tinte, senza fantasia e senza colori. Ci assegna uno di quei libercoli per bambini in cui ci sono grandi figure da colorare. Ci dice che i capelli dovranno essere neri e i denti bianchi. E per tutta la vita noi coloreremo capelli di nero e denti di bianco. Ci affanneremo a colorare tutti i capelli e i denti che ci capitano a tiro. E ne saremo orgogliosi.

Così facendo andremo lentamente ad occupare ciascuno la propria casella, il proprio posto sullo scaffale, con tanto di codice fiscale intorno al polso e conto corrente bancario intorno al collo. Daremo corpo a quell’ordine ideale che è il carburante del Grande Fratello. Lavoreremo, faremo figli come conigli, pagheremo le tasse, compreremo quello che ci ordinano di comprare, anche in comode rate mensili e senza interessi e senza interesse, vinceremo i campionati del mondo di calcio issando bandiere sulle vette dell’orgoglio e moriremo senza aver rotto i coglioni a nessuno.

Ma….Ma ogni tanto sbuca qualcuno dal gruppo che decide di fare una prova: vuol vedere che cosa succede se colora i capelli di bianco ed i denti di nero, ma anche il volto di blu, le montagne alle spalle di rosso ed il cielo del colore pastello dell'infinito.”

“Ecco il pazzo” dico io.

“Ecco il pazzo. Eccomi, guagliò”.

 

Continua, forse, prossimamente. 


- PIANGI -
sabato, 10 novembre 2007 ore 19:57

Piangi ragazzina

Seduta sulle scale

Lontana dalle braccia di tua madre

Sola

 

Fermi il respiro

Per sentire

Dove il corpo

Duole

 

Nessun male

Neanche una ferita

Solo un grande nodo

In gola

 

Questo è il momento

Che il mondo si farà scoprire

Quel mondo che adesso vedi liquido dagli occhi

Cola

 

Ti dice la sua verità

Si svela nudo per la prima volta

Ti mostra che si piange se l’amore

Vola

 

Così ti accorgi in lacrime

Che ti fa male l’anima

È un taglio dolce che si richiuderà

Da solo

 

Oggi hai capito

Che si piange anche per amore

Seduta sulle scale

Piangi ragazzina.


domenica, 04 novembre 2007 ore 11:19

Ma c’era qualcosa che mi stonava. C’era qualcosa che non riuscivo a focalizzare, ma che mi dava fastidio e mi sottraeva serenità da quell’anfora della tranquillità già di per se semivuota e dentro la quale non pioveva da tempo. Provai a ragionare e a sciorinare sul tavolo le tessere del puzzle, decomponendo in pezzi minuti una certa visione di insieme. Il quadro generale in cui individuare il virus cerebrale che stava danneggiando la tela, era costituito dal rapporto con il Maestro. Egli era diventato la mia guida della saggezza e della verità, la via attraverso la quale da un po’ di tempo riuscivo ad accendere dei flebili fasci di luce su situazioni che erano per anni rimaste avvolte dalla nebbia e dall’oscurità.

Il Maestro. Dispiegando i frammenti di immagini e facendo attenzione a non danneggiarli, ebbi subito la sensazione di toccarne alcuni più molli degli altri. Comunque diversi dal resto del cocciame. Li isolai mentalmente e li rimisi insieme con cura. Mi trovai difronte ad una nuova visione, una parte del Tutto, ma riquadrata e ben evidenziata. Sorrisi pensando a come la coesistenza con la tecnologia avesse, più o meno, cambiato anche il nostro percorso intellettivo. Oramai applichiamo file e cartelle, partizioni e scannerizzazioni anche al processo cognitivo, a quello deduttivo, allo sviluppo onirico e vai a capire a quant’altro.

Focalizzando la nuova immagine, mi ritrovai difronte al palazzo in cui abitava il Maestro. Ed era lì che dovevo andare se volevo scoprire il granello che inceppava il meccanismo. Naturalmente mi ci precipitai. Mentre salivo le scale sentii un calore pervadermi, un calore tipo quello del fuoco fuochino che si usa fra amici nei giochi di indovinello. Vidi il portiere che tentava di incasellare parole nella Settimana Enigmistica e fui come folgorato dalla verità. Era stato quell’idiota ad inserire il virus nel mio cervello: aveva definito il Maestro, il mio Maestro, un pazzo. Mi precipitai giù per le scale, attraversai il tetro cunicolo buio e fetido e bussai alla porta.

“Guagliò, quello già è debole ‘sto portone, se poi me lo butti giù.”. Entrai.

“Maestro, vi debbo parlare.”

“Uè, sei sconvolto. E’ successo qualcosa? Stai male?” mi avvicinò un bicchiere opaco e con un paio di dita di vino che forse erano là da giorni, e si mise a sedere. I suoi occhi che mandavano calore ed  il suo sguardo buono, mi riconsegnarono la tranquillità smarrita, probabilmente, per la sola causa che quella mattina il Maestro non fosse nel mio locale, a casa mia.

“Quell’idiota del portiere, tempo fa, ebbe a definirvi pazzo!” tagliai corto.

Il Maestro sorrise e sembrò rasserenarsi. “E’ perché mi vuole bene. Ci tiene a me. Mi chiede sempre le parole che non riesce a trovare nei sui cruciverba”.

Bevvi d’un sorso il vino e mi misi in ascolto. Oramai sapevo che quello era il suo prologo, l’introduzione al discorso vero. Ed infatti: “Tu devi capire che cosa è il sistema, anzi il Sistema. Un giorno se vorrai te lo spiegherò nei dettagli, ma per ora immaginalo come un grande Ipermercato. Ma immaginalo un attimo prima dell’apertura al pubblico, ancor prima che una miriade di carrelli impazziti comincino a sfrecciare senza meta e senza senso per le corsie lisce e perfettamente illuminate. Immagina uno spazio reso ancora più enorme dalla mancanza di gente e dove sono stipate milioni di scatole e scatolette. Quella mercanzia è stata messa lì non semplicemente per essere venduta, ma per finire con la forza nei carrelli. Non pensare mai che i prodotti di un Ipermercato siano oggetti statici ed inermi. Questo è ciò che si crede e ciò che ci fotte, guagliò.

Le merci sono tantissime, più di quante una mente normale possa immaginare. Vanno catalogate e sistemate. Vanno razionalizzate ed esposte. Insomma ci vuole un criterio. Ma non un semplice criterio. Occorre un metodo che inganni e che crei illusione, che attraverso tre per due, offerte, prezzi pazzi, prezzi bassi, sconti famiglia e altre diavolerie, porti lo zombi che spinge il carrello a svuotare le tasche alla cassa. Meglio questo accade e più il Sistema funziona.

“E cosa c’entra tutto ciò con la vostra pazzia?” domandai.

“Il Sistema nel quale viviamo funziona perfettamente come un Ipermercato. Ha le stesse regole e noi siamo le mercanzie. Ogni merce al suo posto e in bella mostra.

“E l’illusione di essere passivi?”.Domandai, credendo che qualcosa stavo afferrando.

“Bravo guagliò. Mi aspettavo la domanda. A ciascuno di noi sembra di vivere ai margini, di stare fermo sullo scaffale. E invece votiamo, paghiamo le tasse, facciamo le file, ci sbattiamo, facciamo carriera, ci sposiamo, facciamo figli, ci separiamo, moriamo. Questa è tutta la benzina che versiamo nel serbatoio del sistema.

Poi ci sono quelli come me, quelli non catalogabili”.

“I pazzi”. Affermai.

“I pazzi. Il sistema ha comunque necessità di stipare anche quelli che non riesce a controllare, quelli che escono dagli schemi. Ci mette sulle spalle l’etichetta di pazzo e tutti ci devono vedere così. Noi siamo gli strani, quelli che non hanno la macchina e che non vanno al mare. Siamo quelli che non paghiamo le tasse e che comunque vanno curati se si sentono male e si presentano al Pronto Soccorso”.

Era interessante quel discorso. Il Maestro mi chiese se avessi altre tre ore a disposizione e gli risposi di no. Sarei andato al bar, avrei finito la mia giornata e sarei tornato da lui. Di corsa. Decidemmo di cenare insieme…….

Uscii e il portiere mi salutò con un cenno della mano, urlando una frase che rimbombò nel grande atrio: “Sei stato dal pazzo?”.

“Stai sullo scaffale e stai buono, idiota!”. Risposi.

“ Cosa hai detto?”

“Vaffanculo”.

 

P.S. La storia del pazzo continua nel prossimo post. Forse.

 


domenica, 28 ottobre 2007 ore 11:27

Il Maestro era seduto al suo angolino e rigirava sul tavolo la coppetta di prosecco ormai vuota. Distrattamente. La sua figura esile ed incurvata contrastava con i colori sgargianti del contenitore delle patatine, che si mettevano in bella evidenza al suo fianco. Quel quadretto contraddittorio, racchiuso in pochi centimetri di spazio, mi faceva pensare a come potessero coesistere nello stesso luogo e nello stesso tempo, situazioni diverse e totalmente opposte.

Pensai che lo scorrere tumultuoso degli attimi, ci impedisce di concentrarsi veramente su quello che accade. Pensai che la velocità della vita ci consegna il negativo della fotografia, creandoci l’illusione dello scatto reale. Questo meccanismo fuorviante ci porta quasi sempre fuori strada, obbligandoci a concentrarsi su quello che non c’è, che non esiste. Molte volte su quello che vorremmo che esistesse.

E allora corriamo e sbuffiamo, imprechiamo, ci danniamo per situazioni che non ci appartengono e che, solo se ci fermassimo un istante, comincerebbero a mettersi lentamente a fuoco. Ma ecco che vieni spinto alle spalle da gente che corre come te e non ha tempo da perdere. Ti ritrovi di nuovo in un tutto che fila vertiginosamente, smetti di pensare e la tua fotografia torna ad assumere l’aspetto burrascoso di prima, di sempre.

Alla signora che mi chiese un cappuccino con molta schiuma, consigliai di rivolgersi ad Irina, che come fa la schiuma lei non c’è nessuno. Io andai a sedermi difronte al Maestro.  

“Stavi riflettendo sulla solitudine, vero guagliò?”

Ormai non mi meravigliava più niente di quella creatura pensante. In altre occasioni gli avrei chiesto come faceva a sapere su cosa io stessi riflettendo, ma quel giorno mi limitai ad un caldo sorriso di conferma.